Non ho mai saputo cogliere l'attimo. Non sono mai stata fatalista e non ho mai saputo godere delle gioie del momento, troppo concentrata sui rimpianti e sui timori dei progetti che io stessa creavo.
Non so se per taluni è un pregio, ma per me il male peggiore è sempre stata l'empatia. Quella che mi fa leggere storie strazianti e mi fa sentire quel dolore insopportabile come se fosse mio, come se riuscissi in pochi attimi ad immedesimarmi in quel contesto, in quel male tremendo, tanto forte da potermi spezzare in piccoli pezzi come è accaduto a quelle persone che hanno perso tutto in un istante.
Quella maledetta empatia va di pari passo con una triste affinità, che mi riporta a me bambina quando per la prima volta a pochi anni sentii per la prima volta la parola terremoto. Ricordo i discorsi incomprensibili di mia mamma con le mie zie nella sala da pranzo ed io che le osservavo senza riuscire a capire bene, eppure tremavo un po' anche io. Non so come sia possibile questo ricordo e quella sensazione di allora, avevo poco più di cinque anni. Poi, qualche anno dopo, capii meglio. Accadde tutto in una notte, una notte in cui ad orari quasi cadenzati la terra cominciò a muoversi sotto di noi. Capii cosa voleva dire epicentro, movimento ondulatorio, sussultorio, capii che vivevamo sopra una bomba ad orologeria, capii seppur superficialmente come il nostro passato e le nostre tradizioni fossero esplose e morte per sempre all'alba del 28 dicembre 1908. E capii come ad ogni scossa la mente dei più grandi andasse sempre a quella terribile data che distrusse completamente ed in pochi secondi la nostra città e la nostra coscienza. Mentre ascoltavo quei racconti provavo a chiudere gli occhi allontanando quelle parole finché mio padre materializzò le nostre paure urlando che dovevamo assolutamente scappare via, che era troppo pericoloso restare in casa. Ed ecco le corse, tutti in macchina, via dalle case e via dalle zone attorniate da palazzi e costruzioni. Ci fermammo in un'area libera, non c'era nulla attorno a noi, soltanto il nostro terrore. Qualcuno riuscì a dormire in auto mentre io continuavo a chiedermi se mai avrei potuto dimenticare quella paura, la terribile sensazione di essere senza scampo, il momento in cui realizzi che il tuo nido, la cosa più sicura che hai, può trasformarsi nella tua prigione.
Adesso invece penso a chi non è riuscito a scappare lo scorso 24 agosto. Non riesco a darmi pace. Detesto tutto quel vociare, le critiche, le accuse, i veleni, la cattiveria, la speculazione, il razzismo, soprattutto sui social. Il progresso ci ha regalato uno strumento utile per connetterci contribuendo notevolmente allo scambio di informazioni, solidarietà ed aiuti, materiali e non. Ma quanto marciume attorno, quante vane parole?
Se non si è in grado di agire in modo costruttivo bisogna soltanto affidarsi al silenzio. Il diritto di parola possiamo anche ogni tanto metterlo da parte aderendo al buonsenso. Restiamo uniti, in silenzio, nel rispetto di chi parole e lacrime non ne ha più.
Sono tornata dalla vacanze con questa tristezza che non posso e non voglio sciogliere. Spero che serva a me stessa per cominciare ad usare una bilancia nei miei giorni, per imparare a soppesare fatti, parole e persone.
E torno al blog perché torno alla mia vita, offrendovi una ricetta che vuole fissare l'estate in un ricordo, in un colore ed in un momento: adesso.
Ingredienti per due persone:
180 g di spaghetti
1 melanzana tonda
500 g di passata di pomodoro
1 spicchio d'aglio
parmigiano o ricotta salata grattugiata
olio evo
olio di semi di arachidi
basilico
sale
Tagliate la melanzana a fette e friggetele in abbondante olio di arachidi. Fatele asciugare sopra un foglio di carta assorbente. Nel frattempo rosolate uno spicchio d'aglio in tre cucchiai di olio evo, unite la passata di pomodoro, fate cuocere per circa 20 minuti e alla fine salate condendo con un filo d'olio evo. Cuocete gli spaghetti al dente, scolateli, conditeli con la salsa di pomodoro ed avvolgeteli nelle fette di melanzana, fermandoli con qualche stuzzicadenti. Cospargete con il parmigiano o la ricotta grattugiata e decorate con foglie di basilico.