Visualizzazione post con etichetta salsa di pomodoro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta salsa di pomodoro. Mostra tutti i post

domenica 14 luglio 2019

Paccheri fritti in salsa di pomodoro



Mi orientavo con il profumo del gelsomino nelle vie tutte strette e bianche che finivano in mare, quasi a strapiombo, in un tuffo unico nella felicità. Forse correvamo, forse ballavamo un lento. E risate, sì risate, nell'eco dell'estate, il vento contro, l'aria azzurra. L'infinito cristallino e selvaggio di luglio e dei tuoi occhi. Mi è sembrato di rivederli ieri, in un momento preciso tra un discorso ed un altro, mentre guardavi da un'altra parte, e pensavo che dovevo scattare una foto, e alla fine l'ho scattata e salvata qui, per quando mi servirà.


Da una ricetta di Sonia Peronaci

Ingredienti:

15 paccheri
250 g di mozzarella di bufala 
100 g di ricotta 
una decina di filetti di acciuga
150 g di salsa di pomodoro
2 uova
pangrattato
basilico
olio di semi di arachidi  
sale
pepe

Cuocete i paccheri al dente in abbondante acqua salata. In una ciotola tagliate la mozzarella a pezzettini e mescolatela con la ricotta. Aggiungete i filetti di acciughe sminuzzati, salate e pepate. Scolate e fate raffreddare i paccheri e con un piccolo cucchiaino riempiteli con il composto di mozzarella e ricotta. Predisponete due ciotole e riempitele rispettivamente con il pangrattato e con le due uova sbattute con un pizzico di sale. Passate i paccheri nelle uova e poi nel pangrattato, ripetendo l'operazione due volte per le estremità. Friggete i paccheri in abbondante olio di arachidi e fateli scolare su carta assorbente. 
Preparate i bicchierini riempiendo il fondo con la salsa di pomodoro, aggiungete poi un pacchero per ogni bicchiere, una foglia di basilico e servite.




domenica 28 agosto 2016

La vita è adesso


Non ho mai saputo cogliere l'attimo. Non sono mai stata fatalista e non ho mai saputo godere delle gioie del momento, troppo concentrata sui rimpianti e sui timori dei progetti che io stessa creavo.
Non so se per taluni è un pregio, ma per me il male peggiore è sempre stata l'empatia. Quella che mi fa leggere storie strazianti e mi fa sentire quel dolore insopportabile come se fosse mio, come se riuscissi in pochi attimi ad immedesimarmi in quel contesto, in quel male tremendo, tanto forte da potermi spezzare in piccoli pezzi come è accaduto a quelle persone che hanno perso tutto in un istante.
Quella maledetta empatia va di pari passo con una triste affinità, che mi riporta a me bambina quando per la prima volta a pochi anni sentii per la prima volta la parola terremoto. Ricordo i discorsi incomprensibili di mia mamma con le mie zie nella sala da pranzo ed io che le osservavo senza riuscire a capire bene, eppure tremavo un po' anche io. Non so come sia possibile questo ricordo e quella sensazione di allora, avevo poco più di cinque anni. Poi, qualche anno dopo, capii meglio. Accadde tutto in una notte, una notte in cui ad orari quasi cadenzati la terra cominciò a muoversi sotto di noi. Capii cosa voleva dire epicentro, movimento ondulatorio, sussultorio, capii che vivevamo sopra una bomba ad orologeria, capii seppur superficialmente come il nostro passato e le nostre tradizioni fossero esplose e morte per sempre all'alba del 28 dicembre 1908. E capii come ad ogni scossa la mente dei più grandi andasse sempre a quella terribile data che distrusse completamente ed in pochi secondi la nostra città e la nostra coscienza. Mentre ascoltavo quei racconti provavo a chiudere gli occhi allontanando quelle parole finché mio padre materializzò le nostre paure urlando che dovevamo assolutamente scappare via, che era troppo pericoloso restare in casa. Ed ecco le corse, tutti in macchina, via dalle case e via dalle zone attorniate da palazzi e costruzioni. Ci fermammo in un'area libera, non c'era nulla attorno a noi, soltanto il nostro terrore. Qualcuno riuscì a dormire in auto mentre io continuavo a chiedermi se mai avrei potuto dimenticare quella paura, la terribile sensazione di essere senza scampo, il momento in cui realizzi che il tuo nido, la cosa più sicura che hai, può trasformarsi nella tua prigione.
Adesso invece penso a chi non è riuscito a scappare lo scorso 24 agosto. Non riesco a darmi pace. Detesto tutto quel vociare, le critiche, le accuse, i veleni, la cattiveria, la speculazione, il razzismo, soprattutto sui social. Il progresso ci ha regalato uno strumento utile per connetterci contribuendo notevolmente allo scambio di informazioni, solidarietà ed aiuti, materiali e non. Ma quanto marciume attorno, quante vane parole? 
Se non si è in grado di agire in modo costruttivo bisogna soltanto affidarsi al silenzio. Il diritto di parola possiamo anche ogni tanto metterlo da parte aderendo al buonsenso. Restiamo uniti, in silenzio, nel rispetto di chi parole e lacrime non ne ha più.
Sono tornata dalla vacanze con questa tristezza che non posso e non voglio sciogliere. Spero che serva a me stessa per cominciare ad usare una bilancia nei miei giorni, per imparare a soppesare fatti, parole e persone.
E torno al blog perché torno alla mia vita, offrendovi una ricetta che vuole fissare l'estate in un ricordo, in un colore ed in un momento: adesso.


Ingredienti per due persone:

180 g di spaghetti
1 melanzana tonda
500 g di passata di pomodoro
1 spicchio d'aglio
parmigiano o ricotta salata grattugiata
olio evo
olio di semi di arachidi
basilico
sale

Tagliate la melanzana a fette e friggetele in abbondante olio di arachidi. Fatele asciugare sopra un foglio di carta assorbente. Nel frattempo rosolate uno spicchio d'aglio in tre cucchiai di olio evo, unite la passata di pomodoro, fate cuocere per circa 20 minuti e alla fine salate condendo con un filo d'olio evo. Cuocete gli spaghetti al dente, scolateli, conditeli con la salsa di pomodoro ed avvolgeteli nelle fette di melanzana, fermandoli con qualche stuzzicadenti. Cospargete con il parmigiano o la ricotta grattugiata e decorate con foglie di basilico.